lunedì 30 giugno 2008

L'ideologia del "GENDER" ? Una bufala pazzesca.

Stimolato da Fiamma, mi sono ricordato di un libro di Dale o' Leary "Maschi o femmine ? La guerra del genere" Rubettino 2006. Di cui pubblico una recensione da TotusTuus:

"Il libro della O’Leary, uscito di recente in traduzione italiana, si inserisce egregiamente in quel filone di opere che denunziano il modo sconcertante con cui l’O.N.U. e la Comunità europea stanno gestendo i problemi legati ai c.d. temi etici: contraccezione, aborto, matrimoni tra omosessuali ecc. Prima di esso, in Italia, erano infatti già usciti il testo di Mons. M. Shooyans ‘Il volto nascosto dell’ONU - Verso il governo mondiale’ (ed. Il Minotauro, 2004) ed il, forse, più noto ‘Contro il cristianesimo –L’ONU e l’Unione europea come nuova ideologia’ di Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia (ed. Piemme 2005). Merito non ultimo di questi libri è l’introdurre il lettore nell’universo, assai poco conosciuto, delle attività di questi organismi internazionali che in genere non assurgono all’onore della cronache perché fatte di lavoro di commissioni, di convegni di esperti, di documenti preparatori che spesso si svolgono in sottotono in concomitanza con altri eventi durante i quali i riflettori sono invece puntati sul questo o quel capo di governo di passaggio o su altri fatti più mediatici.
Il libro della O’Leary si segnala perché descrive l’ideologia del cosiddetto femminismo radicale e la sua attività diretta condizionare l’opera dell’ONU. Premessa fondamentale di tale descrizione è la spiegazione del termine prospettiva di genere che, correttamente, l’autrice pone all’inizio del libro. Con tale espressione (apparentemente neutra), i movimenti femministi ed omosessuali indicano infatti la pura e semplice sostituzione del naturale riconoscimento della dualità dei sessi e della loro complementarità con la concezione secondo cui maschio o femmina sarebbero solo un portato del costume ed, inoltre, che nella realtà esisterebbero ben più di due sessi o, meglio, generi. Ai due ben noti si aggiungerebbe infatti quello omosessuale maschile, l’omologo femminile e l’androginia con tutte le loro possibili varianti. E’ su tale teoria, nata decenni orsono -prima che gli studi sul Dna tagliassero corto sul punto e ciononostante diffusasi per spinte politiche più che meriti scientifici- che si fonda l’ideologia secondo cui ciascuno deve essere libero di scegliersi autonomamente il genere di appartenenza. Come logica conseguenza, gli ordinamenti pubblici dovrebbero favorire la libera determinazione di ognuno valutando in modo identico ogni sua possibile scelta. Ne derivano ulteriormente l’assoluta uguaglianza dell’unione tra omosessuali con ogni altra, la loro possibilità di adottare bambini, l’incentivazione ad un uso del sesso libero da parte di chiunque fin dalla più tenera età perché egli possa così esplicare liberamente la sua reale identità sessuale ecc. Quanta strada tali idee abbiano percorso, lo dimostra, ad esempio, il fatto che la Regione Toscana, prima in assoluto in Italia, si è già dotata di una legge (n.63 del 15.11.2004) che fa propria l’ideologia indicata. L’art. 1 di essa infatti così testualmente dispone: “1. La Regione Toscana adotta… politiche finalizzate a consentire a ogni persona la libera espressione e manifestazione del proprio orientamento sessuale e della propria identità di genere, e promuove il superamento delle situazioni di discriminazione. 2. La Regione Toscana garantisce il diritto all'autodeterminazione di ogni persona in ordine al proprio orientamento sessuale e alla propria identità di genere”.
Così messo a fuoco l’argomento, ci sono poi almeno altri tre punti del libro della O’Leary veramente interessanti. Il primo di essi è dato dal giusto risalto che esso da alla totale sparizione nel movimento femminista di ogni sia pur minimo accenno alla primaria funzione della donna in campo sessuale: la maternità. Alle molte femministe ben inserite dentro l’ONU ed i suoi organismi paralleli, non importa infatti che le donne dei paesi poveri possano diventare madri con adeguate tutele sanitarie ed economiche: interessa invece che usino contraccettivi, che abortiscano che siano sterilizzate quando non addirittura che si convertano all’omosessualità. Ed è proprio al rispetto di tali fini deviati che spesso esse riescono a subordinare l’erogazione degli ingenti finanziamenti di cui le Nazioni Unite dispongono. Un altro aspetto di rilievo del libro risiede nell’individuazione del nucleo fondamentale dell’ideologia femminista nel marxismo-leninismo; con la sola variante per cui la lotta di classe è spostata dai temi economico-politici a quelli relativi alla liberazione sessuale intesa nel senso anche dell’abolizione di ogni precisa identità sessuale. Rimangono costanti invece tutti gli altri punti di forza di tale ideologia: materialismo, critica della società occidentale o borghese, lotta fino l’eliminazione dell’avversario, non esclusione dell’uso di ogni mezzo possibile di lotta comprea la violenza a cominciare dal linguaggio. Infine merita di ricordare le avvincenti descrizioni del reale vissuto delle due Conferenze ONU tenutesi rispettivamente a Il Cairo nel 1994 ed a Pechino nel 1995. Con concretezza tipicamente americana, la O’Leary infatti descrive le ampie complicità di cui le associazioni femministe radicali godono all’interno delle burocrazie ONU: una complicità che da loro la possibilità di condizionare i lavori, di programmare tendenziosamente l’ordine degli interventi, di costruire i testi preparatori e le loro traduzioni su cui i delegati sono chiamati a votare. Basti pensare alla difficoltà di cogliere le sfumature linguistiche e la loro soggiacente ideologia; ne deriva che molti, ad esempio, votano senza rendersi conto della diversa portata delle parole ‘sesso’ e ‘genere’. Ma la O’Leary da anche conto della non meno tenace azione di gruppi, ancorché di minoranza, composti dalle attiviste che, come lei, ripudiano il femminismo radicale e che, con l’aiuto dei pochi politici disposti a dare loro una mano, tentano di arginare il dilagare del linguaggio e dei deliberati femministi.
Concludendo, si tratta di un’opera che, nell’età della globalizzazione, aiuta a spostare l’attenzione dai luoghi della politica nazionale, spesso svuotati di potere effettivo, ai nuovi laboratori politici mondiali. E’ lì, infatti che, a suon di finanziamenti decisi da oscuri burocrati che li condizionano all’attuazione di politiche abortiste o di genere, di deliberati di commissioni composte di pochissimi sedicenti esperti destinati però a diventare trattati internazionali e, dunque, leggi dei singoli stati, si determinano davvero gli orientamenti politici degli anni a venire. Quanto invece, i politici ignorino ciò che avviene in tali consessi e che fisserà invece i confini della loro azione, è constatazione assai facile: ed è dunque anche questo un buon motivo per la lettura di libri di questo genere. ". Andrea Gasperini.


Ed un' intervista con la O' Leary stessa,tratto da "TEMPI":


"L'autrice di "Maschi o femmine?" racconta come i reduci del '68 hanno conquistato il Palazzo di vetro e ne ha fatto un formidabile strumento di propaganda.


Cambia l'oggetto, ma il metodo (di successo) rimane invariato. L'aveva smascherato Augustin Cochin in un memorabile saggio sugli inizi della Rivoluzione francese, dove mostrava tutti i meccanismi attraverso cui una minoranza determinata e combattiva riesce a imporre la sua volontà ad assemblee incerte e divise, in modo tale che alla fine il risultato, in realtà previsto e astutamente pilotato, appaia come una spontanea decisione collettiva. L'hanno riutilizzato a iosa i sessantottini, che sono così riusciti a far passare come "movimento degli studenti" le velleità di gruppuscoli scapestrati. Ma chi pensasse che, passata la sbornia rivoluzionaria, le manovre per manipolare assemblee e opinioni pubbliche fossero andate in pensione, deve ricredersi: sono semplicemente emigrate dai campus universitari ai felpati saloni dell'Onu. «I profughi dell'ideologia degli anni Sessanta hanno trovato un paradiso all'interno delle Nazioni Unite, dove continuano a promuovere cause stantie con la solita retorica della marea conservatrice che dilaga negli Stati Uniti e nelle altre nazioni. Marciatori per la pace degli anni Sessanta, promotori di una nuova religione, difensori del governo del mondo e ambientalisti radicali. A loro si sono aggiunte le femministe la cui ideologia postmoderna è stata coltivata nei campus accademici dalle attiviste lesbiche militanti».Non si fa pregare per chiamare le cose col loro nome, Dale O'Leary. Medico, membro della Catholic Medical Association, da sempre in prima fila nelle battaglie pro-life e pro-family. Una dozzina d'anni fa si trovò coinvolta, quasi per caso, nei lavori delle conferenze Onu sulla popolazione, prima al Cairo e poi a Pechino. Fu lì che scoprì come andavano le cose: «Agli incontri preparatori le organizzazioni pro-famiglia non venivano né informate né invitate, e coloro che riuscivano a scoprire l'esistenza di una conferenza trovavano ostacoli alla partecipazione. Al Forum è stata data pochissima pubblicità. Gli incontri, i luoghi, i tempi dei lavori e i temi che dovevano essere trattati non venivano annunciati in tempo utile. Sono state negate le credenziali a un gran numero di donne che non facevano parte del gruppo delle femministe. Coloro che erano riuscite a presenziare al Forum si sono accorte che i loro contributi alla discussione venivano ignorati e le loro dichiarazioni di dissenso non venivano inserite nel rapporto della segreteria, nonostante fosse stato loro assicurato il contrario». Tuttavia, la variegata banda dei rappresentanti pro-family (cattolici, protestanti, musulmani, indù, più scampoli vari, arrivati al Cairo senza un piano e spesso senza conoscersi l'un l'altro) riuscì a mettere in piedi un'opposizione che fermò almeno le tesi più estremiste.Tutta quella storia, con i suoi oscuri retroscena, è raccontata dalla O'Leary in un libro da poco tradotto in italiano, "Maschi o femmine?" (Rubbettino). "Tempi" ha colto l'occasione per contattarla e chiederle un aggiornamento sulla situazione.


Dottoressa O'Leary, perché è tanto importante la questione del "genere"? Perché tanta enfasi negativa sul fatto che il termine "genere" rimpiazzi la parola "sesso"?Dale O'LEARY: Perché è la chiave intorno a cui, da vent'anni, gira tutto il tentativo di buttare all'aria l'ordine naturale del mondo, senza darlo a vedere. Adottare una prospettiva di genere, spiega un documento dell'Instraw, un istituto che fa parte dell'Onu, significa «distinguere tra ciò che è naturale e biologico e ciò che è costruito socialmente e culturalmente, e rinegoziare i confini tra il naturale e la sua inflessibilità, e il sociale». In parole povere, rifiutare l'idea che l'identità sessuale sia iscritta nella natura, nei cromosomi, e affermare che ciascuno si costruisce il proprio "genere" fluttuando liberamente tra il maschile e il femminile, transitando per tutte le possibilità intermedie. Le parole non sono innocenti. La strategia delle femministe radicali (o della "sinistra sessuale", come la chiamo io, che comprende anche attivisti gay e professionisti dell'educazione sessuale) fa passare sotto termini apparentemente generici contenuti ben definiti. Ad esempio uno degli organismi più attivi in questa battaglia contro la famiglia e per l'omogeneizzazione dei sessi, il Comitato permanente per l'attuazione del Cedaw (Convention on the Elimination of all Discriminations Against Woman, una sorta di carta dei diritti delle donne, adottata dall'Onu nel 1979, ndr), si dichiara neutrale rispetto all'aborto, termine che non compare mai nei suoi documenti; però quando parlano di "salute delle donne" intendono principalmente la lotta alla maternità, e i fondi per la "salute delle donne" vanno pressoché interamente a programmi per la diffusione della contraccezione e dell'aborto. Una delle attività più impegnative delle organizzazioni pro-life è monitorare costantemente i documenti dell'Onu, sempre ispirati dai gruppi della sinistra sessuale, per snidare i termini a prima vista innocenti che nascondono invece precise strategie.Restiamo sulla questione dei finanziamenti. Nel suo libro cita un operatore sanitario del Kenya: «I nostri scaffali sono pieni di pillole anticoncezionali, preservativi e spirali, ma non c'è una medicina». È ancora così?Dale O'LEARY: Sì, nell'Africa subsahariana la sinistra sessuale continua a sostenere il preservativo come strategia per risolvere il problema dell'Aids, e si continuano a sperperare milioni in preservativi. Mentre le campagne a favore della fedeltà coniugale sono molto più efficaci, come dimostra il caso dell'Uganda. Si è anche scoperto che gli affetti da malaria sono molto più esposti al rischio di contrarre il virus Hiv, perciò le campagne antimalaria sponsorizzate dal presidente Bush, che nei paesi in cui sono state applicate hanno ridotto i casi a meno del 10 per cento, sono al tempo stesso un mezzo di lotta all'Aids molto più efficace dei preservativi. Ma gli interessi economici si sposano con quelli ideologici.Vuole spiegare quali sarebbero gli interessi economici e ideologici che si intrecciano nella "sinistra sessuale"?Dale O'LEARY: Le faccio un esempio. Nell'aprile scorso il "New York Times" pubblicò un articolo in cui si raccontava di una donna di El Salvador condannata a trent'anni per aver abortito. El Salvador è uno dei pochi paesi in cui l'aborto non è legale, e il fatto scatenò una violenta campagna contro il paese. Un gruppo pro-aborto, Ipas, lanciò una raccolta di fondi per sostenere una campagna di opinione in Salvador e per appoggiare le istanze di scarcerazione della donna. Poi rimbalzò la notizia che la donna non era stata affatto condannata per aver abortito, ma per aver strangolato la figlia, nata a termine viva e vegeta. Ma il quotidiano ha resistito fino ai primi di gennaio prima di pubblicare, con mille distinguo, la verità. Nel frattempo è venuto fuori che il traduttore che aveva passato la notizia al giornalista del "New York Times" era legato a Ipas, e che Ipas, tra le sue svariate attività, annovera anche la vendita per telefono di una pompa a vuoto per l'aborto fai-da-te. È abbastanza chiaro?Nel suo libro paventa che queste lobby arrivino addirittura a fare pressioni su interi paesi, facendo in modo che la concessione di aiuti internazionali sia legata all'accettazione di programmi che includano contraccezione e aborto. Funziona davvero così? Dale O'LEARY: Esattamente. Si è appena conclusa la trentasettesima sessione di quel Comitato permanente per l'attuazione del Cedaw di cui abbiamo detto. Ebbene, il suo lavoro è consistito principalmente nel mettere sotto accusa i pochi paesi che ancora fanno politiche pro-family, come la Polonia, biasimata perché promuove la diffusione dei metodi naturali piuttosto che la contraccezione chimica, difende l'obiezione di coscienza dei medici antiabortisti, non rimborsa il costo dei contraccettivi. Il rappresentante polacco ha risposto che, date le ristrettezze del budget per la sanità, il suo governo considera che i medicinali salvavita siano più importanti dei contraccettivi per la salute delle donne. Del resto, ormai nei documenti Onu si scrive salute ma si legge sessualità senza frontiere. Pensi che perfino nel rapporto 2007 dell'Unicef sullo stato dell'infanzia nel mondo, appena pubblicato, si dice che il problema maggiore per la crescita dei bambini è il benessere della madri, che può essere garantito solo dalla diffusione di programmi per l'uguaglianza di genere. Sulle azioni per combattere le malattie che si portano via ogni anno decine di milioni di bambini solo poche righe. L'ideologia del genere si è ormai infilata ovunque. Questo vuol dire milioni di dollari che vanno di qui piuttosto che di là.«Quello che è successo a Pechino - scrive lei - è importante perché ciò che è stato pianificato in quella sede raggiungerà ogni città, ogni scuola e anche ogni settore degli affari, a meno che tutto ciò non venga divulgato e non ci sia qualcuno che si alzi in piedi per dire il suo no». La ritiene una profezia che si è avverata?Dale O'LEARY: Ahimé sì. Nelle università americane l'identità di genere è ormai un luogo comune. E contribuisce ad avvelenare i nostri ragazzi. Nei nostri campus, negli ultimi anni, il numero degli studenti depressi è raddoppiato e quello dei suicidi triplicato. In un libro appena pubblicato, "Unprotected", una dottoressa del servizio sanitario dell'Università della California rivela come nei centri di salute e di orientamento universitari il buon senso ormai è stato rimpiazzato dalla politica radicale. La sua professione, scrive, è stata sequestrata dagli "attivisti radicali" e gli studenti sono le vittime delle loro teorie: nessuno più ha il coraggio di dire ai giovani quali siano le inevitabili conseguenze di comportamenti sessualmente ambigui o senza freni. Tuttaltro: vengono incoraggiati ad adottare comportamenti che finiscono per distruggerli.Dunque non c'è scampo alla pervasività della "sinistra sessuale". O c'è?Dale O'LEARY: Nella contea di Mongomery, nel Maryland, recentemente c'è stato un tentativo di introdurre un programma di educazione sessuale esplicita nelle scuole di tutti i livelli. I genitori hanno portato il distretto scolastico in tribunale e sono riusciti a fermare l'operazione. Evidentemente c'è ancora qualcuno che si alza in piedi a dire il suo "no".


La battaglia continua. " di Roberto Persico.


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