sabato 31 ottobre 2009

Il gaio si diverte, e la Regione Lazio,paga.

Nel 2008 l’amministrazione guidata da Marrazzo ha destinato una somma complessiva notevole al mondo omosessuale, 176mila euro totali, divisi in varie determine dirigenziali a seconda dell’occasione e dell’urgenza. Anche nel 2007 Marrazzo aveva messo mano al portafogli regionale per finanziare con 20mila euro il Gay Pride, la sfilata dell’orgoglio omosessuale e transessuale che a Roma ha ottenuto il patrocinio del governatore. Il versamento del contributo regionale, si legge nell’atto dispositivo, era andato al Circolo di cultura omosessuale "Mario Mieli, dal 1994 organizzatore del Pride di Roma e organizzatore ufficiale del prossimo EuroPride che si svolgerà a Roma nel 2011. Un bonifico allo stesso beneficiario compare nel giugno 2008, importo di 16mila euro, oggetto: "Partecipazione della Regione Lazio al Gay Pride". Nel corso dello stesso anno l’ente di Piero Marrazzo ha dato il via libera a un finanziamento ancora più consistente, 110mila euro, sempre indirizzato al Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, stavolta finfinalizzata a "Progetti prevenzione Hiv".Ma questo Circolo non è l’unico soggetto che beneficia dell’apertura mentale della Regione Lazio in fatto di gusti sessuali e inclinazioni di genere. C’è, naturalmente, anche l’Arcigay. All’associazione, Marrazzo non ha fatto mancare il sostegno civile e finanziario della Regione Lazio, partecipando generosamente nel 2008 alla campagna istituzionale per l’istituzione del numero verde Gay Help Line 2008, con 50mila euro di fondi regionali. In quella delibera che assegna il contributo si motivò la spesa con il fatto che l’associazione Arcigay "eroga gratuitamente servizi alla comunità Glbt (gay, lesbiche e trans) di Roma e del Lazio attraverso azioni di counseling, sostegno psicologico, formazione nonché attraverso la co-organizzazione di seminari, tavole rotonde, convegni in materia di discriminazione di genere". L’impegno regionale ha come controparte l’assicurazione, da parte dell’Arcigay, di inserire il logo della Regione Lazio "su media gay e sul materiale a stampa pubblicato".
Lo stesso impegno è stato rinnovato a febbraio di quest’anno, con un altro impegno di spesa da parte del Lazio in favore della Gay Help Line, il numero verde anti omofobia, per la cifra di 60mila euro Iva inclusa.

Che sommati a quelli degli anni precedenti fanno 256mila euro versati per omosessuali e trans.


Ed io pago !!!



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domenica 18 ottobre 2009

L'omofobia non è reato

La bocciatura della proposta di legge di una parlamentare del pci/pds/ds/pd che mirava ad introdurre l’aggravante penale (sic !) dell’omofobia, ha dato la stura ad una serie di reazioni a volte rabbiose, altre isteriche, altre ancore insulse o farneticanti delle lobbies omosessuali.
Tra queste merita di essere evidenziata quella riportata dai quotidiani e attribuita alla stessa proponente della proposta bocciata, che avrebbe imputato al suo partito d’essersi “accontentato” della sola aggravante, invece di puntare all’introduzione della omofobia come reato vero e proprio.
Non so se sia vero che sia stato affermato ciò, ma se così fosse dovremmo veramente porci la domanda circa la competenza e la saggezza di alcuni di coloro che dovrebbero predisporre le leggi.
Ma come si può pensare che l’omofobia sia reato se non con una visione unilateralmente assolutista della questione ?
Un omofobo (o presunto tale: un’altra volta affronteremo il tema del “chi decide che uno è omofobo”) non commette nessun reato, si limita, dizionario alla mano, a “provare avversione per l’omosessualità e gli omosessuali”: dov’è il reato ?
Perché se dovessimo applicare lo stesso criterio nei confronti di tutto ciò per cui si può provare avversione, allora saremmo tutti in galera, a cominciare da quel terzo abbondante di italiani preda della berlusconifobia che si estrinseca, addirittura, con commenti che auspicano la sua morte.
Per non parlare di quel che accade nel mondo del lavoro, con l’avversione verso i superiori gerarchici e il disprezzo di questi (o di alcuni di loro) verso i subordinati e nel mondo dello sport con il tifo “pro” che ormai è diventato un tifo “contro” : io nutro una profonda avversione per Juventus, Inter e Milan, commetto un reato ?
Ma l’aspetto più grave di una simile proposta (semprechè sia vera e stento a crederlo) è la gravissima limitazione della libertà individuale, perché se dovesse essere introdotto, direttamente o surrettiziamente, il “reato” di omofobia, nessuno sarebbe più libero di frequentare amici che condividano le sue idee e il suo modo di concepire la società, essendo obbligato (non potendo chiamarsi fuori pena la persecuzione giudiziaria) ad "accogliere" anche gli omosessuali.
Io non ho amici omosessuali o, almeno, nessuno dei miei amici ha mai dichiarato o dato l’impressione di esserlo.
Se ciò accadesse, non condividendo la sua visione morale della società, smetterei di frequentarlo.
Sarei passibile di processo penale ?
Ma così si farebbe strame della mia libertà.
Io ho il diritto di “provare avversione per l’omosessualità e gli omosessuali”, esattamente come ho il diritto a provare avversione verso qualsiasi aspetto della società e della vita confliggente con la mia visione ideale, politica, morale, economica, perché appartiene alla mia sfera di libertà di pensiero ed ho quindi il diritto a scegliere gli amici e chi frequentare.
Il reato si consumerebbe se la mia avversione la trasformassi in azione violenta e allora non ci sarebbe alcun bisogno di appesantire il nostro sistema legislativo con un reato ad hoc, visto che il codice penale già prevede la figura della violenza privata, delle lesioni, dell’omicidio con le relative sanzioni.
Ma finchè io mi limito ad esprimere una idea e una visione morale della società in cui mi piacerebbe vivere, non potrò mai essere perseguito, se non per scelta totalitaria di chi vorrebbe imporre una aberrante massificazione del pensiero (che vorrebbe "unico"), vorrebbe persino controllare le idee, impedire la diffusione di quelle a lui non gradite perché, in ultima istanza, ha paura della libertà di pensiero, unica a liberare le persone dalle convenzioni che, oggi, appartengono tutte ai “politicamente corretti”.
Perché sono solo loro che vorrebbero imporre vocaboli, leggi e limitazioni alle idee e alla loro diffusione, nel nome dei loro pregiudizi e dei loro tabù.

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giovedì 15 ottobre 2009

Reato di omofobia. Aspetti etico-religiosi. Parla Marco Invernizzi.

Come avrete saputo la Camera dei deputati ha affossato il 13 ottobre il progetto di legge sull’omofobia. Se fosse passato, come in quasi tutti i Paesi europei, avrebbe introdotto un’aggravante relativa all’orientamento sessuale per tutti i reati contro la persona, in pratica violando l’uguaglianza giuridica dei cittadini. Picchiare un omosessuale dichiarato, un gay, sarebbe stato sanzionabile in modo più grave che picchiare un eterosessuale. Si sarebbe poi potuto configurare l’ipotesi del reato di opinione per tutti coloro che avessero affermato l’esistenza di una identità sessuale e di un progetto divino in seguito a tale identità: in pratica, leggere in pubblico la Bibbia o il Catechismo della Chiesa Cattolica avrebbe potuto portare in galera. Potrà sembrare assurdo, ma in Svezia è già accaduto.Quanto avvenuto è una sconfitta per il processo di scristianizzazione dell’Italia. La legge proposta dall’on. Paola Concia, l’unica parlamentare dichiaratamente omosessuale, è stata dichiarata incostituzionale su proposta dell’Udc ed è stata votata dalla “maggioranza della maggioranza”, con la significativa eccezione di nove deputati “finiani” che hanno votato contro il Pdl e di altri della maggioranza, fra cui l’on. Bongiorno, che si sono astenuti. Ha votato con la maggioranza anche l’on Binetti, ed il fatto merita di essere sottolineato, anche perché il segretario del suo partito, Franceschini, ha detto che la sua permanenza nel Pd costituisce un problema. L’evento conferma che quando alcuni deputati si danno da fare per i principi non negoziabili (vedi l’appello contro l’approvazione della legge pubblicato dai giornali del giorno precedente la votazione, primo firmatario Mantovano) possono accadere ottimi risultati, anche oltre le aspettative. Non basta infatti la mobilitazione di movimenti e associazioni, soprattutto cattolici e soprattutto tramite internet, se qualche parlamentare non riesce poi a trasformarla in concretezza legislativa (in questo caso di affossamento di una proposta di legge).Tuttavia è stata vinta una battaglia, ma la guerra continua. E per raggiungere altri successi bisogna stare all’erta, essere pronti e preparati. In gioco non c’è la supremazia di un partito o di uno schieramento, ma l’identità di un popolo, la permanenza nelle sue radici. Stupisce, a questo proposito, la scarsa attenzione di parte del mondo cattolico, se si eccettuano le sue sentinelle, che si sono efficacemente mobilitate soprattutto su internet. Infatti il Magistero ha attirato l’attenzione sul tema, anche dopo la pubblicazione dell’importante documento della Congregazione per la dottrina della fede il 31 maggio 2004. Certamente il tema è delicato e apre o riapre antiche ferite, anche all’interno del corpo ecclesiale. Ma i problemi si affrontano e non si può sempre e soltanto rimandarli, pena incontrare poi problemi irrisolvibili.L’evento ha anche un significativo aspetto politico. I deputati “finiani” sono stati costretti dal voto pubblico a venire allo scoperto e a farsi contare: sono stati nove a votare a favore della legge Concia più altri che si sono astenuti. I loro nomi li potete trovare sui vari giornali che li hanno pubblicati, attraverso internet. Bisogna ricordarli, perché in questo caso non si è trattato di opinioni diverse sulla conduzione del Pdl, ma di un tema di principio, assolutamente non negoziabile. In pratica, la loro posizione diversa ha assunto un connotato ideologico preciso e questo va fatto notare. Così come va fatta notare positivamente la posizione dell’on. Binetti, che ha votato con la maggioranza: che si stia incamminando verso l’uscita dal Pd è possibile, forse anche probabile dopo le dichiarazioni del segretario on. Franceschini. Quest’ultimo è un caso: per uno che ama (ancora?) definirsi cattolico, appare stupefacente l’ardore con cui sposa sempre le posizioni più laiciste, sempre inconfondibilmente opposte alle indicazioni del Magistero. Quest’ultimo, per un cattolico adulto, probabilmente è ininfluente, ma il caso rimane singolare.C’è anche un caso giornalistico. Riguarda il quotidiano che preferisco e leggo sempre per primo, il Foglio. Mi chiedo: possibile che un direttore così sensibile sui temi della vita, capace di ingaggiare battaglie memorabili come quella su Eluana, non veda almeno la parentela nel caso dell’ideologia di genere? Un uomo come Giuliano Ferrara, così attento all’insegnamento della Chiesa e di Benedetto XVI in particolare, non si renda conto della posta in gioco e creda (come il sindaco di Roma) nella minaccia rappresentata da picchiatori di omosessuali che girano liberamente per le strade d’Italia a caccia di “sessualmente diversi”? E non si renda conto di come sia in gioco l’ultima differenza, quella sessuale, le cui conseguenze sociali si vogliono negare per mettere in discussione la complementarietà dei sessi, e dunque il significato del matrimonio? Non vorrei farla troppo difficile, ma Ferrara capirà perfettamente che siamo di fronte al delirio gnostico che afferma che Dio ha sbagliato a creare l’uomo maschio e femmina, e dunque bisogna correggerlo in corso d’opera.Da alcuni anni un gruppo di professionisti (www.obiettivo-chaire.it) accoglie a Milano persone che hanno problemi di identità sessuale, spesso un’omosessualità indesiderata frutto di una adolescenza trascorsa in una famiglia problematica. Questa esperienza lascia trasparire in modo evidente come esista una natura, un progetto divino originario su ogni persona, che a volte per diverse ragioni può incontrare difficoltà ad esplicitarsi. Il rimedio non sta mai nell’accusare l’Autore della natura o nell’assecondare qualunque “desiderio” del soggetto problematico, ma nell’accompagnare quest’ultimo verso il ritrovamento dell’equilibrio perduto. I movimenti gay disprezzano tutto questo accusando la “terapia riparativa”, ma la realtà, e le richieste di molti fra queste persone, affermano il contrario.

Marco Invernizzi

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Reato di omofobia. Aspetti Legislativi:parla il Professor Mauro Ronco.

Prima della relazione dell' Onorevole Mantovano, già nel Gennaio di quest' anno c' era già stato l'intervento sul tema di fronte alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, che lo aveva sentito come esperto, del Professor Mauro Ronco, Professore ordinario di Diritto Penale a Padova, ex componente del Consiglio Superiore della Magistratura e Presidente dell'Ordine degli Avvocati di Torino, che ripropongo:

Illustre Presidente, esaminato il testo dei progetti di legge C. 1658 Concia e C. 1882 Di Pietro, nonché della proposta di Testo Unificato del Relatore (Introduzione nel Codice Penale dell’aggravante inerente all’orientamento sessuale della persona offesa dal reato ed all’identità di genere), osservo:1. L’introduzione nell’ordinamento di nuove fattispecie che sanzionino penalmente le discriminazioni o l’istigazione a discriminazioni per motivi inerenti all’orientamento sessuale va contro il principio, condiviso dalla quasi totalità della dottrina, del «diritto penale minimo» e del diritto penale come «extrema ratio». Un razionale dispiegamento della sanzione penale, onerosa per la società, per il sistema giudiziario e per i cittadini, nonché scarsamente efficace sul piano pratico a cagione della notevole complessità del procedimento postulato per la comminazione e l’esecuzione della pena, importa che il legislatore si attenga a un costante self-restrainement, che lo trattenga dal minacciare la sanzione quando essa non sia assolutamente indispensabile per la tutela di beni giuridici di importanza essenziale per la pacifica convivenza sociale.2. La discriminazione è un concetto di assai vasta latitudine, che consiste, a tenore della normativa internazionale (cfr. per esempio Direttiva 2000/78/CE dell’Unione Europea del 27 novembre 2000) in un qualsiasi comportamento che sfocia in un trattamento di una persona in guisa meno favorevole di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un’altra persona in una situazione analoga. A questo concetto di discriminazione, detto «diretta», va giustapposta una nozione di discriminazione «indiretta», che si verifica allorché una disposizione, un criterio o una prassi apparentemente neutri possono mettere in una situazione di svantaggio determinate persone rispetto ad altre [art. 2.2. lettere a) e b)]. Alla stregua di questo latissimo concetto di discriminazione è chiaro quanto immenso spazio sia guadagnato a favore dell’intervento della sanzione penale, se dovesse integrare reato qualsiasi discriminazione o istigazione alla discriminazione per motivo di orientamento sessuale. Solo per esemplificare, la madre che cercasse di persuadere la figlia di non sposare una persona che manifesti un orientamento «bisessuale», rappresentandole i rischi per la formazione di un nucleo familiare stabile, potrebbe essere responsabile del reato di istigazione alla discriminazione per motivo di orientamento sessuale. Allo stesso modo il padre che rifiutasse di affittare al figlio un appartamento di sua proprietà per la ragione che quest’ultimo intenderebbe utilizzarlo per la convivenza con una persona dello stesso sesso – ove fosse provato che il medesimo genitore sarebbe disponibile ad affittarlo se il figlio fosse intenzionato a convivere con una donna –, potrebbe essere responsabile del reato di discriminazione per motivo di orientamento sessuale. 3. Tali aberranti conseguenze, come tante altre dello stesso genere, limiterebbero in modo inaccettabile sia la libertà di espressione del pensiero sia la libertà e l’autonomia delle persone nell’esercizio dei propri diritti e nella regolazione dei propri interessi, con violazione dei diritti fondamentali di libertà statuiti soprattutto dagli artt. 21 e 30 della Costituzione. Né può trascurarsi la possibile violazione degli artt. 18 e 19 della Costituzione, con riferimento alla libertà di associarsi e alla libertà di professare la propria fede religiosa, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, con il solo limite del buon costume. Invero, (1) se qualsiasi indicazione espressiva di un giudizio critico, sul piano scientifico, etico ed educativo, di determinati orientamenti sessuali; (2) se qualsiasi dottrina religiosa, che sostenesse la contrarietà al diritto naturale degli orientamenti sessuali, diversi da quello eterosessuale; (3) se qualsiasi espressione educativa, che si ponesse sullo stesso solco concettuale; se tutte queste forme espressive e i comportamenti pratici conseguenti fossero sottoposti a rischio di sanzione penale, grandemente offese sarebbero la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di educazione, la libertà religiosa, la libertà di associazione. 4. Se poi si giustapponesse, come fanno i testi dei progetti di legge oggetto di esame, al motivo dell’orientamento sessuale il motivo dell’ «identità di genere», con tutte le manifestazioni contestative dell’identità sessuale dell’uomo e della donna, come maschio e femmina, che sono conosciute nella letteratura dei gender studies, soprattutto nel movimento queer, e che sono praticate in alcuni gruppi umani, si giungerebbe al paradosso che sarebbe impossibile la critica nei confronti del discorso negazionista della alterità sessuale, nonché nei confronti di alcuni comportamenti sessuali, ancora oggi annoverati tra le parafilie, come, per esempio, il sadismo e il masochismo. 5. Le discriminazioni ingiuste per ragioni di orientamento sessuale trovano la loro sanzione nel ripristino della situazione della giusta uguaglianza, attraverso una tutela giurisdizionale che assicuri la parità di trattamento, senza alcuna necessità di minacciare la sanzione penale. 6. La previsione dei reati di discriminazione per motivi di orientamento sessuale violerebbe anche, per la sua assoluta genericità e indeterminatezza, il principio di legalità e di tassatività del precetto penale, statuito all’art. 25 comma 2 della Costituzione. Il precetto penale è determinato quando sia caratterizzato dalla pregnanza rispetto a un fenomeno sociale determinato e circoscritto, del cui disvalore la grandissima parte dei cittadini sia consapevole. Il precetto non è dotato di questo carattere quando l’oggetto evocato dalla norma non abbia contorni precisi, tanto che la stessa possa trovare applicazione in situazioni tra loro molto diverse. Prevedere delitti di discriminazione significa assumere come oggetto di norme penali situazioni diversissime tra loro. Tutta la vita dell’uomo, tutte le sue scelte sono scelte di qualcosa piuttosto che di qualcosa d’altro; scelte di qualcuno al posto di qualcun altro; scelte di un fine piuttosto che di un altro. In queste scelte, spesso consce, ma talora anche inconsce, agiscono pulsioni che sono radicate nella profondità dell’anima. Prevedere la sanzione penale per ogni caso di discriminazione significherebbe proiettare la minaccia dell’intervento coattivo dello Stato su ogni scelta dell’uomo che dia corso a tendenze o a pulsioni corrispondenti all’autonomia personale.7. La previsione come delitto della discriminazione per motivi di orientamento sessuale viene fatta comunemente rientrare tra i delitti definiti di «odio» e, per questa via, viene vista come il complemento dei delitti di «odio» per motivi etnici, razziali o religiosi. Dalla assimilazione sorge il rilievo critico secondo cui chi contrasterebbe concettualmente la riforma sarebbe necessariamente in contrasto con il diritto vigente, che prevede, appunto, delitti di «odio» per motivi etnici, razziali o religiosi. Osservo in via generale che la previsione dei delitti di «odio» rischia di sovvertire il principio del «diritto penale del fatto», che contraddistingue la nostra civiltà giuridica ed è imposto dagli artt. 25 comma 2 e 27 comma 3 della Costituzione, poiché centrerebbe il diritto penale sul dato etico e intimo concernente la motivazione «riprovevole» della persona. L’odio, peraltro, è una tra le passioni che compongono naturalmente la psicologia umana, che fanno da tramite e assicurano il legame tra la vita sensibile e la vita morale della persona. Il timore del male causa l’odio, l’avversione e lo spavento del male futuro. L’odio, pertanto, come ogni emozione o sentimento, in sé stesso non è né buono né cattivo, ma riceve la sua qualificazione morale dall’oggetto cui si riferisce. E’ moralmente malvagio quel sentimento di odio, che, una volta volontariamente accettato dal soggetto, conduca a una azione moralmente cattiva. Intanto, dunque, è punibile una espressione di «odio», in quanto conduca a una azione moralmente cattiva. Alla luce di queste essenziali precisazioni, ci si rende conto di quanto rischiosa, per la garanzia della libertà dei cittadini, sia la previsione dei delitti di «odio», che implicano necessariamente uno scandaglio approfondito in ordine ai moventi intimi, talora inconsci, che stanno alla base delle azioni umane. L’accoglimento da parte dell’ordinamento di tipologie delittuose così intensamente centrate sui moventi intimi dell’azione implicherebbe una eticizzazione incongrua ed eccessiva del diritto penale. Al riguardo si noti che molti delitti sono espressione di «odio» contro la persona. Si pensi tra tutti all’omicidio, che spesso trova la sua origine in tale movente. Eppure tale movente non è previsto in alcun ordinamento come elemento aggravatore del fatto.I delitti previsti dalla cosiddetta legge Mancino, che sanzionano la «Discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi» costituiscono, pertanto, una eccezione nel corpo del «diritto penale del fatto», che trovano giustificazione, per un verso, nella pregnanza concettuale, legata a ragioni storiche ben precise, delle discriminazioni di tipo etnico o razziale o religioso e, per un altro verso, nella connotazione violenta che tendono ad assumere, nella esperienza concreta, le azioni discriminatorie compiute per tali motivi. Invero, per quanto la violenza non sia ripetuta nella descrizione analitica delle fattispecie, tale concetto costituisce il criterio interpretativo essenziale della punibilità di tali condotte, come risulta dalla stessa rubrica della norma, che menziona la violenza in modo espresso. L’estensione delle norme «Mancino» alle discriminazioni per motivi di orientamento sessuale o, addirittura, a non bene definiti motivi di «identità di genere» costituirebbe segnale inequivoco della tracimazione inaccettabile dal solco del «diritto penale del fatto» a un «diritto penale dell’atteggiamento interiore».8. Oltre alla violazione del principio di tassatività per incertezza sull’oggetto effettivamente tutelato (principio di tassatività come pregnanza della norma rispetto all’esperienza dell’uomo comune), le disposizioni progettate rischiano di violare il principio di tassatività anche sotto il profilo della idoneità descrittiva della proposizione normativa. I concetti di «orientamento sessuale» e di «identità di genere» non hanno precisione descrittiva tale da delimitare chiaramente l’ambito dell’intervento punitivo.9. Il relatore ha proposto un testo unificato che introdurrebbe una aggravante consistente nell’ “aver commesso il fatto per finalità di discriminazione per motivi inerenti all’orientamento sessuale o all’identità di genere della persona offesa dal reato”. 10. Si impongono anzitutto due rilievi di carattere tecnico. La collocazione dell’aggravante all’art. 61 comma 1, 11 ter definirebbe l’aggravante come «comune». A questa stregua non si giustifica la limitazione del giudizio di bilanciamento ai sensi dell’art. 69, prevista espressamente al comma 2 dell’art. 1 della proposta di testo unificato di legge. Il secondo rilievo è più grave. Il contenuto della circostanza è ripreso dalla legge Mancino (art. 3). Ne differisce però in modo significativo. Mentre la legge Mancino individua l’aggravante alternativamente nella «finalità di discriminazione» o di «odio», l’aggravante proposta recita «per finalità di discriminazione per motivi inerenti...». In questo modo si è voluto togliere il riferimento al movente e incentrare l’aggravante sul finalismo di dolo specifico. Con ciò si è costruita una norma senza oggetto, giacché la ragione ragionevole di una aggravante potrebbe stare soltanto nella riprovevolezza del movente e non nel finalismo specifico. Già l’esperienza giudiziaria della legge Mancino rivela che i casi venuti all’attenzione riguardano proprio la qualificazione del movente e non del finalismo specifico della condotta. Incentrare l’aggravante su quest’ultimo aspetto significa compiere cosa contraddittoria. Invero, un reato, per esempio di minaccia, di ingiuria, di lesione, di percossa, concretizza una offesa al bene giuridico personale ben più grave di una semplice «discriminazione», nel senso di «differenza di trattamento». Una offesa integrante un delitto realizza già una discriminazione gravemente ingiusta e, pertanto, non può essere aggravata da una finalità di discriminazione, perché l’offesa alla persona, in quanto distruttiva di un bene personale, assorbe il finalismo discriminatorio, essendo essa stessa una discriminazione. 11. In realtà si è descritto con finalismo di dolo specifico il movente per cui sarebbe commesso il reato. Circa la previsione di una aggravante incentrata sull’ «odio» valgono gli stessi rilievi svolti in precedenza al punto 7. Ma v’è di più. L’odio come passione che costituisce movente del delitto non è mai stato preso in considerazione come circostanza aggravante sia perché il diritto rifiuta di valutare elementi che, in quanto tali, rilevano soltanto sul piano etico interiore, sia perché è processualmente impossibile stabilire con una prova certa il movente dell’odio. Procedere nel senso proposto implica il rischio che ogni reato commesso nei riguardi di una persona orientata sessualmente sulla linea dell’orientamento sessuale che si vuole specificamente proteggere o con una identità di genere diversa dalla identità del sesso morfologico (non si dimentichi che le previsioni in oggetto nascono espressamente per dare attuazione alla Risoluzione 2006/18 volta a colpire, anche penalmente, la cosiddetta «omofobia» (Risoluzione del Parlamento europeo sull’omofobia in Europa) sia punito con un aggravamento di pena che, addirittura, impedirebbe di dare rilevanza in termini di prevalenza od equivalenza ad eventuali circostanze attenuanti. Il che si riverbererebbe in una giustificata protezione più intensa, con evidente violazione del principio di uguaglianza, di determinati fatti rispetto ad altri, pure originati da moventi di odio. 12. Peraltro, il nostro ordinamento conosce già una circostanza aggravante, comune e ad effetto comune, consistente nei «motivi abietti». Tale aggravante, che può ricomprendere agevolmente quelle situazioni in cui la condotta sia stata realizzata allo scopo di offendere, per via dell’orientamento sessuale, la dignità ineliminabile di ogni persona umana, è ben più specificamente connotata che non il generico movente di «odio», come insegna la giurisprudenza in una esperienza ormai quasi secolare. La proposta dell’aggravante in esame porrebbe inoltre problemi difficilmente risolubili di concorso apparente o effettivo con la circostanza dei «motivi abietti».13. La previsione dell’aggravante rivela allora tutta il suo contenuto simbolico, ispirato a prospettive di promozionalità di «valori» che si radicherebbero, fondamentalmente, nel negazionismo di ogni differenza morfologica di tipo sessuale.14. Che una fattispecie, sia pure di tipo soltanto aggravatore, imperniata sulla nozione di «odio», sia assolutamente indeterminata, è confermato dalla maggiore prudenza con cui si è mosso il legislatore francese, il quale, alla luce dell’evidente carenza di tassatività di un delitto legato a ragioni di orientamento sessuale, ha imperniato (legge n. 2004/204 del 9 marzo 2004) la circostanza aggravante per i delitti commessi “... à raison de l’orientation sexuelle de la victime” su elementi di fatto ben precisi, alla stregua della seguente enunciazione: “La circostance aggravante définie au premier alinéa est constituée lorsque l’infraction est précédée, accompagnée ou suivie de propos, écrits, utilisation d’images ou d’objets ou actes de toute nature portant atteinte à l’honneur ou à la considération de la victime ou d’un groupe de personnes dont fait partie la victime à raison de leur orientation sexuelle vraie ou supposée”.
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Reato di omofobia. Aspetti Legislativi:parla Alfredo Mantovano.

È all’esame della Camera la proposta di legge dell’on. Concia, cui è stata unificata analoga dell’on. Di Pietro, che punta a introdurre nel codice penale l’aggravante di “avere, nei delitti non colposi contro la vita e l’incolumità individuale, contro la personalità individuale, contro la libertà personale e contro la libertà morale, commesso il fatto per finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale della persona offesa dal reato». Con questa norma delitti come percosse, violenze private, lesioni – ma anche condotte non riconducibili ad aggressioni fisiche, come minacce e ingiurie –, potrebbero essere puniti fino a un terzo di pena in più. L’iniziativa viene presentata, anche attraverso manifestazioni pubbliche e pressioni mediatiche, come un passo in avanti sulla strada della civiltà e come uno strumento di lotta contro la discriminazione.Lo scopo di questa nostra dichiarazione di intenti, aperta all’adesione di chiunque la condivida, è di esporre le ragioni per le quali riteniamo invece che l’approvazione della legge sia pericolosa, in sé e per gli effetti che può determinare; e quindi per manifestare la nostra opposizione a essa, dentro e fuori il Parlamento. 1.E’ noto che il nostro ordinamento punisce senza distinzioni ogni aggressione alla integrità della persona e alla sua sfera morale, e in più contiene un’aggravante consistente nei «motivi abietti». Tale circostanza comprende agevolmente le situazioni in cui la condotta è realizzata allo scopo di offendere, a causa dell’orientamento sessuale, la dignità di ogni persona, come insegna una giurisprudenza ormai quasi secolare. Peraltro indirizzare una nuova aggravante su “finalità inerenti all’orientamento o alla discriminazione sessuale”, cioè sul finalismo specifico della condotta, significa contraddirsi. L’offesa alla persona, in quanto distruttiva di un bene personale, è essa stessa una discriminazione, al di là dell’orientamento sessuale della vittima.Con l’aggravante che viene proposta la risposta sanzionatoria viene allargata nei confronti di medesimi reati, sulla base dei moventi più intimi. Estendere l’ambito della punibilità a elementi di natura interiore quali sono le finalità perseguite espone a una eccessiva discrezionalità: il giudice potrà “presumere” i motivi dell’agire – con inversione dell’onere della prova – rispetto a tutte le condotte illecite che interessino soggetti di cui siano noti specifici stili di vita in materia sessuale. Dunque, la previsione di aggravanti di questo tipo è rischiosa per la libertà dei cittadini, poiché impone uno scandaglio approfondito dei moventi intimi, talora inconsci, che stanno alla base delle azioni umane. Molti delitti sono espressione di «odio» contro la persona – si pensi tra tutti all’omicidio, che spesso trova la sua origine in tale movente –, ma tale movente non è previsto in alcun ordinamento come elemento aggravatore del fatto. L’estensione delle norme della «legge Mancino» alle discriminazioni per motivi di orientamento sessuale segnerebbe la tracimazione dal «diritto penale del fatto» a un inaccettabile «diritto penale dell’atteggiamento interiore»: da una sanzione che segue un comportamento concreto a un di più di sanzione che segue un dato intimistico.2. La discriminazione è un concetto ampio. Consiste, in base alla normativa internazionale (cfr. per es. la Direttiva 2000/78/CE dell’UE del 27.11.2000), nel trattare una persona in modo meno favorevole di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un’altra persona in una situazione analoga. A questa discriminazione, detta «diretta», va aggiunta una nozione di discriminazione «indiretta», che si verifica allorché una disposizione, un criterio o una prassi apparentemente neutri possono mettere in una situazione di svantaggio determinate persone rispetto ad altre. Da un concetto così esteso deriva uno spazio enorme di intervento penale. Se costituisse aggravante qualsiasi discriminazione – o istigazione alla discriminazione – per motivo di orientamento sessuale, la madre che cercasse di persuadere la figlia di non sposare una persona che manifesti un orientamento «bisessuale», rappresentandole i rischi per la formazione di un nucleo familiare stabile, rischierebbe l’imputazione di violenza privata, aggravata da discriminazione per motivo di orientamento sessuale. Conseguenze come questa, e altre ancora più aberranti, limiterebbero in modo inaccettabile sia la libertà di espressione del pensiero sia la libertà e l’autonomia delle persone nell’esercizio dei propri diritti e nella regolazione dei propri interessi, violando i diritti fondamentali di libertà statuiti dagli artt. 21 e 30 della Costituzione. E’ pure ipotizzabile la violazione degli artt. 18 e 19 della Costituzione, con riferimento alla libertà di associarsi e alla libertà di professare la propria fede religiosa, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto. Il rischio di procedimenti penali sorge a fronte di qualsiasi giudizio critico, sul piano scientifico, etico ed educativo, di determinati orientamenti sessuali; o di qualsiasi dottrina religiosa o espressione educativa, che sostenga la contrarietà al diritto naturale degli orientamenti sessuali diversi da quello eterosessuale. Quest’aggravante violerebbe anche, per la sua assoluta genericità e indeterminatezza, il principio di legalità e di tassatività del precetto penale, di cui all’art. 25 co. 2 Cost.: l’oggetto evocato dalla norma non ha una precisione descrittiva tale da delimitare con chiarezza l’ambito dell’intervento punitivo; ha contorni imprecisi, tali da far applicare la norma in situazioni tra loro molto diverse.3. È evidente che la nostra posizione non si basa soltanto su ragioni di ordine giuridico. Attribuire una specifica e più energica tutela penale “all’orientamento sessuale della persona offesa dal reato” significa attribuire all’orientamento omosessuale (l’unico orientamento sessuale che lamenta “discriminazioni”) non un valore in sé positivo, ma un valore maggiormente positivo rispetto ad altri motivi discriminatori, non previsti dall’ordinamento: provocare una lesione a una persona perché donna verrebbe sanzionato meno gravemente del provocarla a chi manifesta un orientamento omosessuale. L’aggravante rivela allora tutta il suo contenuto simbolico; la riforma, oggi inutile sotto l’immediato profilo pratico per quanto prima enunciato, appare una implicita “premessa” di altri e ben più importanti passaggi: il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali attraverso un matrimonio o un simil-matrimonio, fondata sul carattere “discriminatorio” della limitazione del vincolo a persone di sesso diverso; l’adozione di bambini da parte di coppie del medesimo sesso; il ricorso per le stesse coppie alle tecniche di fecondazione artificiale, oggi vietato dalla legge; la penalizzazione di quegli educatori per i quali essere sessuati non è una questione di scelta. Far coincidere la prevenzione con il profilo esclusivamente penalistico è peraltro un alibi rispetto al mancato impegno preventivo su altri fronti, compreso quello, spesso disatteso, di una sana educazione al rispetto di ogni essere umano, a prescindere dalle sue condizioni di vita, di salute e, ovviamente, dalle sue stesse scelte. Di più con l’espressione “orientamento sessuale” non si farebbe riferimento al fatto che l’esercizio in concreto della sessualità è lasciato alla libertà individuale, quali ne siano le modalità, purché non coercitive: si affermerebbe per legge che la sessualità in sé costituisce un orientamento soggettivo. E dare queste definizioni non corrisponde certamente ai compiti di uno Stato laico, oltre a tradursi in intolleranza verso chi ritiene doveroso difendere il rilievo della differenza sessuale uomo-donna e della complementarietà eterosessuale.Siamo convinti che ci sia tanto lavoro da compiere per superare e rimuovere le discriminazioni. A condizione che le si individui nella loro esatta realtà e consistenza, contrastando norme, come quella della proposta Concia-Di Pietro, che, pur con l’intenzione di combatterle, rischiano di introdurne altre, e più pesanti. Una discussione all’interno del gruppo del Popolo della libertà sarà l’occasione per approfondire gli aspetti problematici che essa pone.

F.to : Alfredo Mantovano, Maurizio Lupi, Isabella Bertolini, Maurizio Bianconi, Barbara Saltamartini, Alessandro Pagano, Raffaello Vignali, Renato Farina

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mercoledì 7 ottobre 2009

La riprovazione sociale non è omofobia

Il fatto.
In Francia una squadra di calcio composta da immigrati musulmani si è rifiutata di giocare con un’altra squadra nel cui organico sono compresi degli omosessuali e che ostenta tale caratteristica anche nel nome.
Naturalmente tutto ciò ha fatto gridare alla “omofobia”, in modo un po’ meno gridato, ma solo perché i protagonisti della storia sono due “categorie protette” dal “politicamente corretto”: omosessuali e musulmani.
Il commento.
Personalmente non trovo nulla da obiettare al coerente comportamento di chi, nel rispetto delle proprie convinzioni, non ritiene di poter condividere un momento di gioco con persone che hanno uno stile di vita contrario alle loro convinzioni.
E’ un esempio di quella che, in un commento precedente, ho definito “riprovazione sociale” e vorrei anche vedere che uno stato obbligasse i suoi cittadini (che diventerebbero in questo caso solo sudditi) a giocare con persone che non vanno loro a genio.
E’ evidente che come scelgo gli amici con cui andare a cena, allo stadio, passare una serata, giocare a tennis, così una squadra di calcio costituita sulla base di determinati valori ha il diritto di rifiutare di giocare (dedicarsi ad una attività piacevole per divertimento, dice lo Zingarelli) con una squadra che ha valori configgenti con i suoi.
Mi auguro che non si voglia, nel nome di non necessari provvedimenti “contro l’omofobia”, limitare la libertà dei cittadini di giocare e di scegliersi i compagni di gioco, imponendo non solo un linguaggio, non solo draconiane limitazioni alle espressioni ed alle opinioni, ma addirittura la scelta dei propri amici e colleghi.

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