domenica 18 ottobre 2009

L'omofobia non è reato

La bocciatura della proposta di legge di una parlamentare del pci/pds/ds/pd che mirava ad introdurre l’aggravante penale (sic !) dell’omofobia, ha dato la stura ad una serie di reazioni a volte rabbiose, altre isteriche, altre ancore insulse o farneticanti delle lobbies omosessuali.
Tra queste merita di essere evidenziata quella riportata dai quotidiani e attribuita alla stessa proponente della proposta bocciata, che avrebbe imputato al suo partito d’essersi “accontentato” della sola aggravante, invece di puntare all’introduzione della omofobia come reato vero e proprio.
Non so se sia vero che sia stato affermato ciò, ma se così fosse dovremmo veramente porci la domanda circa la competenza e la saggezza di alcuni di coloro che dovrebbero predisporre le leggi.
Ma come si può pensare che l’omofobia sia reato se non con una visione unilateralmente assolutista della questione ?
Un omofobo (o presunto tale: un’altra volta affronteremo il tema del “chi decide che uno è omofobo”) non commette nessun reato, si limita, dizionario alla mano, a “provare avversione per l’omosessualità e gli omosessuali”: dov’è il reato ?
Perché se dovessimo applicare lo stesso criterio nei confronti di tutto ciò per cui si può provare avversione, allora saremmo tutti in galera, a cominciare da quel terzo abbondante di italiani preda della berlusconifobia che si estrinseca, addirittura, con commenti che auspicano la sua morte.
Per non parlare di quel che accade nel mondo del lavoro, con l’avversione verso i superiori gerarchici e il disprezzo di questi (o di alcuni di loro) verso i subordinati e nel mondo dello sport con il tifo “pro” che ormai è diventato un tifo “contro” : io nutro una profonda avversione per Juventus, Inter e Milan, commetto un reato ?
Ma l’aspetto più grave di una simile proposta (semprechè sia vera e stento a crederlo) è la gravissima limitazione della libertà individuale, perché se dovesse essere introdotto, direttamente o surrettiziamente, il “reato” di omofobia, nessuno sarebbe più libero di frequentare amici che condividano le sue idee e il suo modo di concepire la società, essendo obbligato (non potendo chiamarsi fuori pena la persecuzione giudiziaria) ad "accogliere" anche gli omosessuali.
Io non ho amici omosessuali o, almeno, nessuno dei miei amici ha mai dichiarato o dato l’impressione di esserlo.
Se ciò accadesse, non condividendo la sua visione morale della società, smetterei di frequentarlo.
Sarei passibile di processo penale ?
Ma così si farebbe strame della mia libertà.
Io ho il diritto di “provare avversione per l’omosessualità e gli omosessuali”, esattamente come ho il diritto a provare avversione verso qualsiasi aspetto della società e della vita confliggente con la mia visione ideale, politica, morale, economica, perché appartiene alla mia sfera di libertà di pensiero ed ho quindi il diritto a scegliere gli amici e chi frequentare.
Il reato si consumerebbe se la mia avversione la trasformassi in azione violenta e allora non ci sarebbe alcun bisogno di appesantire il nostro sistema legislativo con un reato ad hoc, visto che il codice penale già prevede la figura della violenza privata, delle lesioni, dell’omicidio con le relative sanzioni.
Ma finchè io mi limito ad esprimere una idea e una visione morale della società in cui mi piacerebbe vivere, non potrò mai essere perseguito, se non per scelta totalitaria di chi vorrebbe imporre una aberrante massificazione del pensiero (che vorrebbe "unico"), vorrebbe persino controllare le idee, impedire la diffusione di quelle a lui non gradite perché, in ultima istanza, ha paura della libertà di pensiero, unica a liberare le persone dalle convenzioni che, oggi, appartengono tutte ai “politicamente corretti”.
Perché sono solo loro che vorrebbero imporre vocaboli, leggi e limitazioni alle idee e alla loro diffusione, nel nome dei loro pregiudizi e dei loro tabù.

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