lunedì 22 febbraio 2010

Matrimonio e unioni omosessuali. Nota dottrinale di S. Em. Card. Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna.



Roma, 14 febbraio 2010. Un importante documento di S.Em. Card. Carlo Caffarra, Arcivescovo di Bologna:



Matrimonio e unioni omosessuali
Nota dottrinale

La presente Nota si rivolge in primo luogo ai fedeli perché non siano turbati dai rumori mass-mediatici. Ma oso sperare che sia presa in considerazione anche da chi non-credente intenda fare uso, senza nessun pregiudizio, della propria ragione.

1. Il matrimonio è uno dei beni più preziosi di cui dispone l’umanità. In esso la persona umana trova una delle forme fondamentali della propria realizzazione; ed ogni ordinamento giuridico ha avuto nei suoi confronti un trattamento di favore, ritenendolo di eminente interesse pubblico.
In Occidente l’istituzione matrimoniale sta attraversando forse la sua più grave crisi. Non lo dico in ragione e a causa del numero sempre più elevato dei divorzi e separazioni; non lo dico a causa della fragilità che sembra sempre più minare dall’interno il vincolo coniugale: non lo dico a causa del numero crescente delle libere convivenze. Non lo dico cioè osservando i comportamenti.
La crisi riguarda il giudizio circa il bene del matrimonio. È davanti alla ragione che il matrimonio è entrato in crisi, nel senso che di esso non si ha più la stima adeguata alla misura della sua preziosità. Si è oscurata la visione della sua incomparabile unicità etica.
Il segno più manifesto, anche se non unico, di questa “disistima intellettuale” è il fatto che in alcuni Stati è concesso, o si intende concedere, riconoscimento legale alle unioni omosessuali equiparandole all’unione legittima fra uomo e donna, includendo anche l’abilitazione all’adozione dei figli.
A prescindere dal numero di coppie che volessero usufruire di questo riconoscimento – fosse anche una sola! – una tale equiparazione costituirebbe una grave ferita al bene comune.
La presente Nota intende aiutare a vedere questo danno. Ed anche intende illuminare quei credenti cattolici che hanno responsabilità pubbliche di ogni genere, perché non compiano scelte che pubblicamente smentirebbero la loro appartenenza alla Chiesa.

2. L’equiparazione in qualsiasi forma o grado della unione omosessuale al matrimonio avrebbe obiettivamente il significato di dichiarare la neutralità dello Stato di fronte a due modi di vivere la sessualità, che non sono in realtà ugualmente rilevanti per il bene comune.
Mentre l’unione legittima fra un uomo e una donna assicura il bene – non solo biologico! – della procreazione e della sopravvivenza della specie umana, l’unione omosessuale è privata in se stessa della capacità di generare nuove vite. Le possibilità offerte oggi dalla procreatica artificiale, oltre a non essere immuni da gravi violazioni della dignità delle persone, non mutano sostanzialmente l’inadeguatezza della coppia omosessuale in ordine alla vita.
Inoltre, è dimostrato che l’assenza della bipolarità sessuale può creare seri ostacoli allo sviluppo del bambino eventualmente adottato da queste coppie. Il fatto avrebbe il profilo della violenza commessa ai danni del più piccolo e debole, inserito come sarebbe in un contesto non adatto al suo armonico sviluppo.
Queste semplici considerazioni dimostrano come lo Stato nel suo ordinamento giuridico non deve essere neutrale di fronte al matrimonio e all’unione omosessuale, poiché non può esserlo di fronte al bene comune: la società deve la sua sopravvivenza non alle unioni omosessuali, ma alla famiglia fondata sul matrimonio.

3. Un’altra considerazione sottopongo a chi desideri serenamente ragionare su questo problema.
L’equiparazione avrebbe, dapprima nell’ordinamento giuridico e poi nell’ethos del nostro popolo, una conseguenza che non esito definire devastante. Se l’unione omosessuale fosse equiparata al matrimonio, questo sarebbe degradato ad essere uno dei modi possibili di sposarsi, indicando che per lo Stato è indifferente che l’uno faccia una scelta piuttosto che l’altra.
Detto in altri termini, l’equiparazione obiettivamente significherebbe che il legame della sessualità al compito procreativo ed educativo, è un fatto che non interessa lo Stato, poiché esso non ha rilevanza per il bene comune. E con ciò crollerebbe uno dei pilastri dei nostri ordinamenti giuridici: il matrimonio come bene pubblico. Un pilastro già riconosciuto non solo dalla nostra Costituzione, ma anche dagli ordinamenti giuridici precedenti, ivi compresi quelli così fieramente anticlericali dello Stato sabaudo.

4. Vorrei prendere in considerazione ora alcune ragioni portate a supporto della suddetta equiparazione.
La prima e più comune è che compito primario dello Stato è di togliere nella società ogni discriminazione, e positivamente di estendere il più possibile la sfera dei diritti soggettivi.
Ma la discriminazione consiste nel trattare in modo diseguale coloro che si trovano nella stessa condizione, come dice limpidamente Tommaso d’Aquino riprendendo la grande tradizione etica greca e giuridica romana: «L’uguaglianza che caratterizza la giustizia distributiva consiste nel conferire a persone diverse dei beni differenti in rapporto ai meriti delle persone: di conseguenza se un individuo segue come criterio una qualità della persona per la quale ciò che le viene conferito le è dovuto non si verifica una considerazione della persona ma del titolo» [2,2, q.63, a. 1c].
Non attribuire lo statuto giuridico di matrimonio a forme di vita che non sono né possono essere matrimoniali, non è discriminazione ma semplicemente riconoscere le cose come stanno. La giustizia è la signoria della verità nei rapporti fra le persone.
Si obietta che non equiparando le due forme lo Stato impone una visione etica a preferenza di un’altra visione etica.
L’obbligo dello Stato di non equiparare non trova il suo fondamento nel giudizio eticamente negativo circa il comportamento omosessuale: lo Stato è incompetente al riguardo. Nasce dalla considerazione del fatto che in ordine al bene comune, la cui promozione è compito primario dello Stato, il matrimonio ha una rilevanza diversa dall’unione omosessuale. Le coppie matrimoniali svolgono il ruolo di garantire l’ordine delle generazioni e sono quindi di eminente interesse pubblico, e pertanto il diritto civile deve conferire loro un riconoscimento istituzionale adeguato al loro compito. Non svolgendo un tale ruolo per il bene comune, le coppie omosessuali non esigono un uguale riconoscimento.
Ovviamente – la cosa non è in questione – i conviventi omosessuali possono sempre ricorrere, come ogni cittadino, al diritto comune per tutelare diritti o interessi nati dalla loro convivenza.
Non prendo in considerazione altre difficoltà, perché non lo meritano: sono luoghi comuni, più che argomenti razionali. Per es. l’accusa di omofobia a chi sostiene l’ingiustizia dell’equiparazione; l’obsoleto richiamo in questo contesto alla laicità dello Stato; l’elevazione di qualsiasi rapporto affettivo a titolo sufficiente per ottenere riconoscimento civile.

5. Mi rivolgo ora al credente che ha responsabilità pubbliche, di qualsiasi genere.
Oltre al dovere con tutti condiviso di promuovere e difendere il bene comune, il credente ha anche il grave dovere di una piena coerenza fra ciò che crede e ciò che pensa e propone a riguardo del bene comune. È impossibile fare coabitare nella propria coscienza e la fede cattolica e il sostegno alla equiparazione fra unioni omosessuali e matrimonio: i due si contraddicono.
Ovviamente la responsabilità più grave è di chi propone l’introduzione nel nostro ordinamento giuridico della suddetta equiparazione, o vota a favore in Parlamento di una tale legge. È questo un atto pubblicamente e gravemente immorale.
Ma esiste anche la responsabilità di chi dà attuazione, nella varie forme, ad una tale legge. Se ci fosse bisogno, quod Deus avertat, al momento opportuno daremo le indicazioni necessarie.
È impossibile ritenersi cattolici se in un modo o nell’altro si riconosce il diritto al matrimonio fra persone dello stesso sesso.

Mi piace concludere rivolgendomi soprattutto ai giovani. Abbiate stima dell’amore coniugale; lasciate che il suo puro splendore appaia alla vostra coscienza. Siate liberi nei vostri pensieri e non lasciatevi imporre il giogo delle pseudo-verità create dalla confusione mass-mediatica. La verità e la preziosità della vostra mascolinità e femminilità non è definita e misurata dalle procedure consensuali e dalle lotte politiche.




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domenica 21 febbraio 2010

Nel futuro della scuola un docente di omosessualità ?

Chi mi conosce sa che la televisione per me è solo film e telefilm (per lo più registrati o in dvd), telegiornali e le partite del Bologna e della Nazionale.
Per quelle chiacchiere, a volte noiose, altre interessanti, sempre comunque indicative della temperatura della nostra società, preferisco la radio che mi consente di ascoltare, riflettere, soffermarmi se l’argomento è interessante, continuare a fare altro se il tema non mi stuzzica, oltre ad essere sempre una compagnia, quando si guida, come quando si legge.
Così tra le tante trasmissioni che mi è capitato di ascoltare cito, a riguardo del tema di questo blog, quella su radio uno, alle 12.30 di giovedì 18 (o mercoledì 17) febbraio.
Sono rimasto sorpreso (e disgustato, anzi: proprio schifato, ancora è lecito esternare questo sentimento !) da quanto ho ascoltato.
E’ stato affrontato il tema della omosessualità nei ragazzi, prendendo spunto da quel ridicolo manuale sul “come insegnare” ai figli degli omosessuali (espressione comunque errata, perché non possono esistere in natura figli di coppie omosessuali, mentre è sbagliato citare quei ragazzi come “figli di omosessuali” se un genitore diventa tale).
Parentesi.
Se si mettono a scrivere un “manuale” per insegnare ai “figli degli omosessuali”, mi sembra una esplicita ammissione che si considerano gli omosessuali diversi anche per l’apprendimento del leggere, scrivere, far di conto (perché a scuola solo questo importa, non altro) dei “loro” figli.
Nella trasmissione erano ospiti (neanche a dirlo) tre persone “allineate e coperte” sulla stessa linea della “normalità” della omosessualità, ammantata dalla nuova espressione “riconoscimento della propria identità sessuale”.
C’erano un tizio dell’Arcigay, una della Agedo (che ho scoperto essere Associazione Genitori di omosessuali) e una psicologa.
La trasmissione si è sviluppata (senza contraddittorio) sul solito, trito e ritrito, binario della lotta alla presunta “omofobia” e che dovrebbe essere condotta con l’applicazione della legge Mancino (sic !) e con una istruzione scolastica che insegni a non considerare “diversi” gli omosessuali.
A parte il fatto che sarei molto irritato se a scuola affrontassero temi morali in modo contrario ai miei insegnamenti (è alla Famiglia che spetta educare su questi argomenti i figli, la scuola deve servire, ripeto, per insegnare a leggere, scrivere e far di conto) la proposta del tizio dell’arcigay (oltre alla repressiva volontà di impedire, con l’uso della “Mancino” – e magari anche con leggi liberticide ad hoc - la libera espressione di idee, pensieri e la loro diffusione, dimostrazione che credono così poco nella loro tesi da aver bisogno della repressione poliziesca per far tacere chi non la pensa come loro) ha un che di kafkiano: introdurre, sostanzialmente, un apposito corso per far capire ai ragazzi la loro “vera” identità sessuale.
Mi è venuta in mente la denuncia che più volte (credo anche su questo blog) ha fatto la nostra amica Lontana circa la propaganda che in Canada hanno messo in atto le organizzazioni omosessuali penetrando nelle scuole con la scusa di portare allo scoperto “la identità sessuale”.
Un modo che, indubbiamente, può influenzare i più deboli (e sappiamo tutti quanto influenzabili siano gli adolescenti) facendo emergere una “identità sessuale” fittizia che in realtà rappresenta solo l’immaginario indotto da simili conferenze.
Spero che in Italia ci si riesca ad opporre, con ogni forza, a questo ulteriore passo verso il degrado, impedendo che si crei una inutile "cattedra di omosessualità" perchè su tali tematiche di carattere etico e morale solo la Famiglia ha il compito di educare, curare e crescere i propri ragazzi .


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lunedì 8 febbraio 2010

Il Prof. Francesco Bruno non molla....

Dopo essere stato denunciato all' Ordine dei Medici dalle varie associazioni omosessuali, il Professor Francesco Bruno non barcolla ma rincara la dose:"Gli omosessuali sono dei disturbati e come tali patologicamente rilevanti. Quando mi dimostreranno il contrario, ci crederò. Insomma, mi condannino anche al rogo, non mi muovo dalle mie posizioni". Fa un esempio: " io ho il diabete. Non mi offendo se qualcuno mi dice che sono malato, é la realtà. Bene, per quale motivo gli omosessuali si offendono se qualcuno, correttamente, parla di patologia. Peggio ancora di scelte deviate. I gay sono soggetti patologicamente diversi e basta."
(Intervista del 29 Gennaio su "Pontifex").

"Tempo addietro, Papa Benedetto XVI elecando i mali del mondo, parlò di una lebbra etica e non solo di quella fisica come patologia dell'organismo. Di queste lebbre abbiamo discusso con il professor Francesco Bruno, noto psichiatra e criminologo. Professor Bruno, oggi più che mai, in tempi di relativismo etico, quelle parole del Papa tornano in mente. Che cosa pensa sia oggi una lebbra etica?: " francamente ci sta l'imbarazzo della scelta, dica lei". Il libertinaggio sessuale, per esempio: " credo che la catalogazione sia giusta. Ogni forma di libertinaggio appartiene al campo della mancanza di responsabilità, il non saper scegliere bene dal male. Una condotta irresponsabile ed infantile, oltre che nociva". Che cosa intende per libertinaggio?: " il vivere la sessualità disordinatamente, senza alcun codice etico o morale. Facendo come pare. La sessualità invece va gestista con misura e buon gusto, come ogni cosa della vita. ... Inoltre, deve essere esercitata SECONDO NATURA e mai contro le leggi della stessa".Che cosa intende per contro natura?: " tutto quello che contrasta con la fisiologia e le leggi del corpo. Per esempio ritengo ingiusto ed eticamente riprovevole la promisquità sessuale che poi spesso causa malattie tragiche e dalle conseguenze mortali. Insomma, esiste una lebbra fisica che corrode il corpo, ma anche una etica che uccide l'anima". Come va considerata l'omosessualità,sia al maschile che al femminile?: " partendo dalla idea che la omosessualità é una patologia che deriva da un grave disordine e da una mentalità deviata e talvolta viziosa,ecco credo che si possa parlare, senza offesa, di omosessualità come lebbra etica. Intendo dire come una malattia che corrode la integrità dell'anima umana. Poi le associazioni dei gay strepitino. Ma io non sto discriminando nessuno, tanto meno dando dei lebbrosi. Accosto sul piano degli effetti nocivi per la salute dell'anima, come una lebbra o un cancro, la devianza sessuale e quindi la omosessualità". (Intervista odierna sempre su Pontifex....).

http://www.pontifex.roma.it/

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sabato 6 febbraio 2010

Omosessuali nelle Forze Armate

Spiace che sia proprio un governo di Centro Destra, con un ministro che una volta era missino, ad incamminarsi sulla strada dell'apertura delle Forze Armate agli omosessuali.
Spiace anche che questa iniziativa non sia stata assunta ai tempi della leva obbligatoria.
Quando il "nonnismo", che tanto ha insegnato a chi, come me, lo ha subito e lo ha imposto in un ciclo continuo in cui "la stecca" era passata da contingente in contingente, avrebbe potuto contribuire ad aiutare quella particolare "tipologia" di soldati a superare il loro problema ... ;-)

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