venerdì 4 novembre 2011

Il “New York Times” parla degli ex omosessuali e intervista Michael Glatze.

Dal sito UCCR, Unione Cristiani Cattolici Razionali:



Un’altra notte insonne si prospetta per Stefano Bolognini, Chiara Lalli, Eleonora Bianchini, Franco Grillini e tutti quei militanti omosessualisti che si battono per convincere i propri seguaci che gli ex omosessuali non esistono, anche attraverso campagne mediatiche di intimidazione per scoraggiare possibili “coming out”.

Negli USA tuttavia le associazioni di ex omosessuali (con mogli e figli) sono tante e vengono molto meno discriminate dalla società. Certo, sopravvive un po’ di “eterofobia”, tuttavia le cose sembrano proprio migliorare. Anzi, addirittura di loro ne parla il più grande quotidiano americano, il New York Times” (altro che la Bianchini de “Il Fatto Quotidiano”!). L’ultimo articolo in merito è apparso a luglio ed è intitolato: “Il mio amico ex-gay”. Si parla dell’incontro tra l’autore dell’articolo, Benoit Denizet-Lewis, gay dichiarato, con un suo vecchio amico, Michael Glatze, 36 anni ed ex gay dichiarato. Nonostante l’autore sia omosessuale l’articolo è rispettoso verso gli ex omosessuali e non eccessivamente di parte.

Michael e Benoit lavoravano insieme anni fa a “XY”, una rivista d’interesse nazionale per i giovani gay, Il giornalista racconta che quando Michael arrivò per la prima volta in redazione, «sembrava aver letto ogni libro gay che fosse mai stato scritto. Era impegnato a meditare sulle teoria “queer”, cioè l’idea che le identità sessuali e di genere sono culturalmente costruite piuttosto che biologicamente fissate, marciando alle manifestazioni per i diritti dei gay e sollecitando i giovani a festeggiare (non solo accettare) la loro attrazione omosessuale [...] Non avevo mai incontrato nessuno così sicuro di se stesso». Molti giovani gay lo ammiravano, si legge, «lui e il suo fidanzato di allora, Ben, erano una bella coppia [...]. Non sembravano oppressi (dalla vergogna, dall’insicurezza) e perseguivano quello che lo scrittore Paul Monette definiva l’esperienza gay di “gioia deflagrante”. Ma a differenza di alcuni nostri amici che hanno viaggiato sul treno della “deflagrante gioia” fino ad arrivare a centri di riabilitazione, Michael e Ben raramente sembravano perdere il controllo. Insieme sembravano aver compreso come essere giovani, gay e felici».

L’ultima volta che il giornalista lo ha visto, «lui e Ben avevano fondato una nuova rivista gay (“Young Gay America”), avevano girato il paese per realizzare un documentario sugli adolescenti gay, e Michael era diventato rapidamente la voce principale dei giovani gay, fino al giorno in cui, nel luglio del 2007, annunciò di non essere più gay». Un vero e proprio Luca Di Tolve americano, dunque. Chissà se anche Michael sarà stato minacciato di morte come accade quasi quotidianamente a Luca…In un articolo su “WorldNetDaily.com” Michael ha scritto: «All’omosessualità sono arrivato facilmente, perché ero già debole. L’omosessualità proposta a giovani menti, è per sua stessa natura pornografica». In un altro durissimo articolo ha detto di «provare repulsione al pensiero dell’omosessualità». Da un estremo all’altro dunque. In una lettera aperta a Ricky Martin ha invece scritto: «L’omosessualità è una gabbia in cui sei intrappolato in un ciclo infinito in cui desideri sempre di più – sessualmente – ma che in realtà non potrai mai ricevere, senti costantemente un profondo vuoto interiore e cerchi di giustificare le tue azioni contorte attraverso la politica e un linguaggio con cui si vuole convincere gli altri che “si sta benissimo”». Ovviamente Michael rinunciò al suo lavoro per le riviste gay “XY” e “Y.G.A”.

Nell’intervista sul New York Times Michael racconta di non aver messo in discussione il suo percorso di vita fino a quando non si è spaventato per la sua salute nel 2004. Ciò lo ha condotto a quello che definisce il suo “risveglio spirituale”: accortosi di soffrire dello stesso difetto cardiaco congenito che aveva ucciso suo padre anni fa, sentì che era sfuggito alla morte e si era ritrovato “faccia a faccia con Dio”. Dice di essersi sentito “rinato” in quel momento e che “ogni concetto che la mia mente aveva assorbito – la mia intera esistenza – era stato completamente rimessa in discussione”. Verso la fine del 2005 tutto ciò che riguardava la sua vita cominciava a farlo sentire male: il suo rapporto non convenzionale (il “fidanzamento” decennale con Ben si era trasformato in un rapporto a tre), le sue amicizie gay e la sua rivista dedicata a sostenere i giovani gay. «Per un anno ho lottato per comprenderne il motivo ma continuava a sfuggirmi», racconta l’ex omosessuale. «Ma poi venne fuori, chiaro come la luce. Il problema era la mia identità sessuale. Ed era davvero spaventoso. Pensavo, sul serio? E’ ridicolo. Sono un omosessuale. Lottavo cercando di capire cosa mi stesse accadendo. Mi era sempre stato detto che se avevo dei dubbi sulla normalità della mia omosessualità, dubbi che avevo avuto per un pò ma stavo cercando di sopire, era proprio perché non avevo risolto il conflitto con la mia omofobia interiorizzata. Ma questo non sembrava più vero adesso». Un giorno del 2005, continua Michael, seduto nel suo ufficio della redazione per la rivista gay, ha scritto al PC: “Io sono etero, io scelgo la vita”. Si è alzato ed ha lasciato l’edificio per sempre.

Come ha raccontato anche Adamo Creato (cfr. Ultimissima 23/9/11), le cadute sono sempre dietro l’angolo e all’inizio non sparisce completamente l’attrazione omosessuale. Michael racconta infatti che quando inizialmente sentiva un’attrazione erotica verso un altro uomo, «cercavo di analizzarla. Osservavo la mia omosessualità invece di metterla in pratica, e ho cominciato a vederla come un aspetto del mio malessere, non come mia identità. Quanto più lo facevo, meno sentivo il desiderio». Ha poi proseguito aggiungendo che non si era mai sottoposto a nessuna terapia riparativa o partecipato ad una pastorale per ex-gay. In un articolo sul “WorldNetDaily”, ha scritto quali erano, secondo lui, le ragioni che lo avevano portato ad assumere, erroneamente, un’identità gay: «Quando avevo circa 13 anni ho deciso che dovevo essere gay perché non ero in grado di gestire la mia mascolinità». Ha biasimato il padre per questo, il che è coerente con tante testimonianze di ex-gay: l’attrazione maschile per persone dello stesso sesso è il risultato di un deficit di virilità, in genere causato da una spaccatura nel legame padre-figlio.

Oggi Michael non ha più desideri sessuali verso persone del suo stesso sesso, racconta Benoit Denizet-Lewis sul quotidiano americano. «Hai imparato l’eterosessualità?» gli chiede il giornalsita. «Sì», risponde lui, aggiungendo che dopo il suo “coming out” come ex-gay è anche uscito con due donne. L’articolo continua descrivendo i particolari dell’intervista: «Ad un incrocio ho chiesto a Michael se avrei dovuto svoltare a sinistra o andare diritto», scrive il giornalista. «”Straight”, mi ha detto, indicando la via (la parola “straight” in inglese significa anche “Etero” oltre che “dritto”). “E’ strano sentirti dire questo, poiché ai tempi della “XY” insistevi sempre sul fatto che dovevamo dire “avanti”, quando guidavamo. Tu correggevi ogni persona gay che usava la parola “straight” quando guidava», ha detto sorpreso Benoit. «Dicevo tante stupidaggini a quei temp» ha replicato Michael con una risata.

L’articolo del giornalista omosessuale chiude, come prevedibile, con un lieve scetticismo, sostenendo che d’altra parte è difficile essere gay in uno Stato poco popoloso e senza un bar gay, riconoscendo però che Michael è oggi «un ex-gay intenzionato a rimanere tale».


http://www.uccronline.it/2011/11/03/il-new-york-times-parla-degli-ex-omosessuali-e-intervista-michael-glatze/



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